Bellezza come necessità

GLI DEI A BAGNO DI ROMAGNA

PERIFERIE-cultura di confine , l’associazione nata poco più di un anno fa con il progetto di “rivoluzionare” il territorio periferico puntando sulla riflessione critica del nostro periodo ha portato giovedì 24 a Bagno di Romagna Claudio Rossi e Davide Bregola sul tema “BELLEZZA COME NECESSITA’ “.

Un dibattito serrato e suggestivo ha coinvolto i relatori su di un tema tanto spesso citato quanto spesso banalizzato dai meccanismi comunicativi del moderno.

E’ vero – dice Karl Kraus – che le parole più le guardi e più esse si allontanano; ed è vero- ha continuato Claudio Rossi- che questo è un pò il nostro destino legato a tutte le cose , fatti ed eventi per cui in ciascuno di essi  percepiamo delle pluralità e delle profondità più ampie di quanto noi riusciamo a cogliere. E questo tanto in termini immediati, estetici che in termini riflessivi e di pensiero: è questa la frustrazione, la paura – dell’inconoscibile- da cui nascono i tentativi culturali di conoscenza che fanno civiltà. Claudio Rossi ha portato sul piatto le analogie del nostro periodo “di lutto” con un altro grande periodo storico- la tragedia greca : da lì prese avvio ” l’ipertrofia della ragione ” – la filosofia- fino a quello che oggi è il suo irrazionalismo . Abbiamo dimenticato gli dei perchè questi , presi alla lettera, ipostatizzavano un inconoscibile inaccettabile per il progetto tecnico-scientifico moderno. In questo modo in realtà si è favorita la assolutizzazione, la scissione tra il conoscere e il sentire che ha messo il primo nell’attuale “cul de sac” e rimosso il secondo che sta ormai riempiendo il nostro inconscio: siamo ormai anestetizzati nel senso di “anestetici”.

Le agenzie istituzionali della normalizzazione lavorano a pieno ritmo per scimmiottare una vitalità che non c’è più: i garanti della nostra epoca sono falliti e, come in ogni lutto, se ne cercano altri che “assomiglino” ad essi. E così ci dicono che la crisi è economica mentre è culturale: si cerca cioè la soluzione dove non c’è con l’obiettivo di evitare il metter mano a ciò che si vuole mantenere in vita artificialmente. Artificio, è un’altra parola chiave del nostro tempo: perchè ogni civiltà tende ad incidere sulla natura e sul mondo ma nessuna civiltà prima della nostra ha pensato di sostituirsi alla natura , nessuna ne ha mai programmato il dominio.E’ per fare questo- e solo questo- che era indispensabile rompere con il passato: per instaurare sulla natura e sull’uomo un ordine umano autonomo fondato su di una parte,la ragione, che domina il tutto.

Nato contro  le “illusioni” del passato – il razionalismo intrinsecamente irrazionale del moderno le ha sostituite con la maxi-illusione del virtuale, del sintetico : il sogno illuministico individualista è naufragato nella massificazione delle parole e delle cose , in un nominalismo anglosassone alienante nella sua cosiddetta ipercomplessita’ delle parti in assenza di un tutto di riferimento. Viviamo un vero e proprio cimitero del buon senso, della vitalità e -soprattutto – della bellezza. In un mio libro – dice Claudio Rossi- ho scritto: ” E’ nelle epoche infelici , confuse ed infelici , che si ravviva il teatrino del bene e del male. E’ quando questi possono velocemente interscambiarsi , assoggettati ad ideologie partigiane , che in essi si evidenzia il nulla che li sostiene . Il bello – implacabile – osserva e si specchia ” .

L’antico concetto di bello non ammette scissioni senza diventare altro da sè: abbiamo sezionato, specializzato , scisso il concetto pensando di fare con esso come con tutto il resto , ma abbiamo solo giocato con la parola perchè il bello è del mondo e nel mondo : lì il concetto di uomo come “misura di tutte le cose” non funziona. Continuiamo a ripetere il nostro “mi piace” come una discriminante universale, ma sappiamo bene di parlare così solo di noi stessi avulsi da quel mondo che ” è bello per necessità”: quel mondo che se non fosse bello non potrebbe essere nè buono nè giusto. Ma questo richiede l’idea del tutto , che gli antichi avevano nel loro “kosmos” , più vicino al concetto di ordinato, gradevole, quasi cosmetico –  che non al cosmico in senso fisico. Ed a questo tipo di mondo l’antico sentiva di potersi avvicinare solo “narrando”, mitizzando, con la parola ispirata, la poesia – che l’antico teneva ben distinta dalle arti mimetiche: da una parte la “realtà”, l’ispirazione ( sic!) – dall’altra la riproduzione, la rappresentazione.

Se Platone diffida delle arti, se Solone abbandona indignato la prima rappresentazione teatrale appare difficile stigmatizzare il tutto come un volgare oscurantismo di tipo sociale. Appare oggi meno difficile ipotizzare che questi “arcaici” avessero già sentore di qualcosa, che i loro dei non siano stati sufficientemente compresi perchè letteralizzati, che i loro inspiegabili ritardi  sul terreno del progresso tecnico-scientifico abbiano i crismi di una precisa quanto sofferta opzione culturale.

Indietro non si torna e quindi bisogna stare attenti nell’andare avanti: ogni azione è rischio, il coro delle tragedie non si stanca di ripeterlo, e se il progresso è inevitabile, è destino per l’uomo, ad esso non può non accompagnarsi il costante senso del limite. Quel limite che suggerisce sempre ed ovunque che le nostre azioni e le nostre emozioni non sono solo nostre , che esse ci prendono, da esse siamo presi nel mentre le viviamo : esse sono “divine” e richiedono a noi la nostra parte per portare avanti qualcosa che è necessità che sia , quod non potest non esse. E la bellezza è la vera cartina tornasole del nostro agire: noi nasciamo nella “seduzione” del primo sorriso materno che sconfigge il terrore ” dell’altro da noi “,e “thauma” è la parola greca che sintetizza questo stupore-terrore da cui nasce il pensiero riflessivo.

Molte sono le parti, le figure che noi siamo e siamo chiamati a vivere, ad interpretare , e ciascuna di esse risponde ad una “divinità assoluta” ponendo a noi il compito di vivere – di compiere riti – per ciascuna di esse, ritualizzando nel breve arco di tempo della nostra vita ciò che per “gli dei” è eterno.

Ogni nostro tratto, ogni idea,ogni immaginazione prende le mosse da figurazioni più alte, più comprensive che noi possiamo solo immaginare, sentire, vivere in parte, e cioè traducendole, limitandole ma lasciando loro libera circolazione.

Qualche tempo fa parlando ad un convegno che PERIFERIE ha organizzato sempre qui a Bagno di Romagna insieme a Francesco Alberoni sul matrimonio dicevo : ” chi non sa fare con il proprio partner ora il bambino bisognoso, ora il compagno autoritario,ora l’amico complice, ora il furbo egoista, ora il perverso sessuale, ora l’amante premuroso e protettivo – si troverà l’irruzione di una di queste immagini secondo forme patologiche , come sintomo”.

Il nostro IO è fatto di stabilità , la costanza è alla base dell’IO. Ma l’IO , come la coscienza, è anche un lavoro che presume la mediazione tra sempre nuove figure,tante quante sono gli dei che sono ” perfezione e infirmitas ” , salute e malattia, il che richiede all’IO un lavoro pesante e mai concluso in termini identitari: l’elasticità dell’IO è l’elemento fondante della sua solidità.

Le immagini che ci si presentano e che ci spingono per essere vissute si affermano nella loro bellezza , sia essa ordine o disordine quando riferita alla misura dell’uomo : la furiosa tempesta che travolge il marinaio è “una tempesta bella e buona” come si   suol dire non certo perchè sia piacevole, così come Elena “la cosa più simile agli dei” sarà morte e disgrazia per achei e troiani.

Una parte della nostra anima è del mondo , così come la psicoanalisi dice dell’ IO rispetto all’inconscio, Il soggetto non è così separato dall’oggetto: una sua parte, forse la più impenetrabile , ne fa parte in qualche modo. Percepire e sentire, percezione e sentimento sono legati a doppio filo e non c’è soluzione ragionevole: noi sentiamo in base a ciò che percepiamo,dice Galileo; ma Michelangelo non ha dubbi , è “l’immagine del cuor” che ci fa percepire  in base a ciò che sentiamo.

Ed oggi – oggi che siamo come non mai aperti a tutte le possibilità, maturiamo spesso una specie di fissazione per la bellezza soggettiva : il resto della bellezza ci sembra una astrazione, un lusso evitabile. In realtà limitiamo più o meno consciamente la bellezza , preoccupati della sua potenza capace di ordine e disordine, in una parola , divina. Essa ci attrae e ci spaventa se non limitata al tratto estetico soggettivo se non addirittura corporeo : pensiamo così di evitare ( lo si dice anche per gli affetti in psicoanalisi) il potere di Afrodite che disturba i nostri sforzi di vita prevedibile e controllata. Ma questo sta alla bellezza come il chewing-gum sta al cibo : lascia sempre insoddisfatti.

 Nella tragedia omonima di Euripide, una specie di psicoanalisi ante-litteram, Elena maledice Afrodite per i danni provocati dalla sua bellezza senza la quale però essa dice “sarei morta in vita”  : ogni passione presa di per sè ha i tratti dell’illusione, del divino che supera l’uomo e lo trascina. Così Elena dimentica Hera, la dea della famiglia, perchè senza  Afrodite sarebbe morta in vita: non c’è bisogno della crisi del settimo anno per comprendere l’attualità di un’opera che ha 2500 anni! E cosa dire di Hera il cui marito Zeus è l’emblema del libertinaggio sessuale ma che insieme fanno l’emblema familiare olimpico ?

Non è cioè irrigidendoci nel controllo delle nostre passioni che noi possiamo trovare la soluzione, bensì nel gioco elastico delle emozioni e dei sentimenti che rendono l’uomo e il mondo belli e degni di essere vissuti.

Dio è morto, non ci resta che essere civili ed esatti- dice Costantin Noica : io riesco solo a leggere lo strapotere di Atena , la dea della corazza e della norma, della politica e del pensiero pratico che di ogni necessità ha fatto una necessità logica. Risponderemo con le parole del poeta : “con metodo – ma poeticamente l’uomo abita il mondo”.

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